MARCO PETTAZZONI (LN): «SOSPETTIAMO CHE LA LEGGE SUI TIROCINI SIA UN MODO PER FARE ARRIVARE STRANIERI, SENZA ALCUNA SPECIALIZZAZIONE»

Favorire il libero transito delle competenze è una metafora che funziona. Molto meno, però, quando si pensa alle migliaia di giovani che sono costretti a lasciare il Paese, perché “non vedono un futuro”, mentre in Emilia-Romagna arrivano centinaia e centinaia di migranti per effettuare tirocini formativi e dedicarsi alle più disparate attività: dal parrucchiere al rivenditore di chincaglierie. Scherzi della globalizzazione, certo, ma anche delle falle che si trovano nel sistema formativo e del rilascio dei visti nel nostro Paese. «Esiste una norma (il Dpr 394) rivista nel 2004, che garantisce l’arrivo di stranieri, presso aziende gestite generalmente da loro connazionali – avverte il consigliere regionale della Lega Nord, Marco Pettazzoni, che ha presentato un’interrogazione nel merito in Assemblea legislativa -. Non ci sarebbe niente di male, se fosse un sistema in grado di attirare eccellenze, per portare innovazione, cultura e quant’altro. Il problema è che noi siamo un Paese bravo soltanto a disperdere il capitale umano, fatto di tanti nostri giovani costretti ad emigrare all’estero, dopo essere stati formati dal sistema scolastico e universitario, ma poi attiriamo soltanto stranieri provenienti da stati a bassissima scolarizzazione.»

 

Alcuni esempi? Negli ultimi due anni, l’Emilia-Romagna ha ammesso 493 contratti di tirocinio riguardanti stranieri, in un meccanismo che sembra non conoscere la parola “crisi”. Molti casi – dice Pettazzoni – riguardano aziende dove non sono richieste alte specializzazioni, tipo: negozi di parrucchiera, piccole officine o rivendite di ricambi; oltre a negozi di bigiotteria o ristoranti etnici. Attività che non sembrerebbero necessitare di persone altamente qualificate o esclusivamente straniere, richiamato dalla destinazione d’origine del proprietario del negozio.» Non si obietta, insomma, la Ferrari che richiede alcuni specialisti dagli Stati Uniti, per sviluppare un nuovo prodotto, ma il proprietario della bigiotteria bengalese, che richiede un commesso dalla madre patria. La parte del leone dell’arrivo di nuove “forze lavoro” la fanno (manco a dirlo) la Cina, il Bangladesh – uno dei paesi più poveri ed a basso grado di scolarizzazione del pianeta – e lo Sri Lanka. Tra problemi linguistici e di integrazione dei nuovi arrivati.

 

Non male nemmeno il compenso per i tirocinanti stranieri: «Il costo del progetto interamente a carico del soggetto proponente – continua il consigliere Ln – è di 900 euro al mese, incluse spese per vitto, alloggio, mentre la Regione avrebbe accollati soltanto i costi amministrativi.» La sensazione, dunque, «è che non si tratti di un meccanismo pensato per rispondere realmente alle esigenze di nuova forza lavoro, con tanti italiani a spasso, ma per saltare le pastoie che permettono di trasformare un visto di studio-tirocinio, in un visto duraturo di lavoro. Senza contare che la stessa Regione ha ammesso implicitamente irregolarità in alcuni di questi contratti, in passato.»